Abiti puliti? perchè no…

L’industria tessile è tra le più inquinate al mondo, subito dopo quella che impiega fonti fossili per produrre energia. Nella sua produzione si fa uso di oltre duemila sostanze chimiche, alcune tossiche per l’ambiente e la salute. Inquinano gli organismi biologici, entrano nella catena alimentare, finiscono sulla nostra pelle e aumentano il rischio di allergie e tumori. Molto spesso per premiarci, gratificarci, acquistiamo un bel abito nuovo; siamo sicuri che non stiamo confondendo l’estetica con l’etica? Poniamo attenzione al suo prezzo di vendita, ma mai al suo vero costo sociale, umano e ambientale. I gironi del tessile sono molto complessi e stratificati, una filiera con tanti attori a diversi livelli, il cui controllo sfugge ai grandi marchi per disattenzione o poca sensibilità. Questo risulta da una denuncia di Abiti Puliti , sezione italiana di Clean Clothes Compaign . Per fortuna nei gironi infernali della moda vi sono anche realtà che hanno optato per un approccio più rispettoso dell’ambiente, gestendo il rischio chimico. Tre sono gli obiettivi : eliminazione sostanze chimiche pericolose dalla produzione, filiera più tracciabile, divieto di pratiche crudeli sugli animali.

Lo scorso 16 febbraio è emerso nel convegno Dirittiallamoda, organizzato a Roma, che molte aziende tessili, grandi marchi, stanno cambiando la loro produzione. Anche ben oltre ciò che è già imposto dalla legge (in Europa regolamento REACH e certificazioni volontarie Oeko-Tex). Tutto ciò grazie alla campagna di Greenpeace, una vera rivoluzione per tutto il settore. Entro il 2020, in un percorso a tappe e verifiche periodiche, verranno eliminate dalla produzione tutte le sostanze tossiche.

Nello specifico sono undici le classi di sostanze pericolose per l’ambiente e la salute, tra cui ftalati, alchilfenoli etossilati, PFC, ammine associate a coloranti azoici, metalli pesanti. Molte di queste sostanze sono state trovate, durante i test tessili, nei pigiamini per bambini, biancheria intima, jeans. Noi tutti chiediamo, uniti a Greenpeace ed ai movimenti di settore, non solo la loro riduzione nella produzione, ma l’eliminazione. Non bisogna arginarsi all’idea di diminuire le sostanze per rientrare in una soglia di accettabilità, anche perché nel mondo moderno siamo già a contatto con molteplici sostanze e rischiamo l’effetto cocktail.

Dal 2011 ad oggi 35 gruppi internazionali hanno aderito e sottoscritto l’impegno Detox, essi rappresentano il 15% della produzione globale. Tra le aziende troviamo firme che soddisfano un po’ tutti i gusti e tutte le tasche. Vogliamo abiti PULITI.

Non mancano le criticità, Filippo Servalli responsabile dei programmi di sostenibilità di Radici Group, azienda italiana leader nella produzione di nylon, pone la questione dei metalli pesanti, nickel e antimonio senza i quali è impossibile produrre fibre “man made”. Eliminarle dalla produzione significherebbe non produrre più fibre sintetiche. Ogni hanno si producono 24 milioni di tonnellate di cotone e 60 milioni di tonnellate di poliestere. Se si sostituissero le fibre chimiche con quelle naturali non ci sarebbero più terre coltivabili. Serve un equilibrio. La Radici Group ha intensificato la produzione di poliestere da riciclo del PET.

In risposta Greenpeace assicura che alla base delle sue campagne c’è la fattibilità: ad esempio gli alchilfenoli, usati per sgrassare, possono essere sostituiti con metodi a base alcolica, non tossici.

E’ legittimo chiedersi se convertirsi alla linea verde aumenterà i costi ed il prezzo finale. Certamente sono tecnologie onerose, ma in un processo ben ingegnerizzato e con investimenti in ricerca ed innovazione, i costi non sono diversi da quelli tradizionali.

Proprio in questa direzione si pone Canepa, azienda italiana tessile, che ha sottoscritto per prima il protocollo Detox. Nel suo centro di ricerca a Biella, in collaborazione con i laboratori  Cnr-Ismac, ha brevettato Kitotex, l’uso del chitosano nel tessile.

Chi ha invece già eliminato tutte le 11 classi di sostanze tossiche è l’azienda Besani, produttore di tessuti a maglia in filo di scozia, che è riuscita a coinvolgere tutti i loro fornitori in questo sforzo, non perseguendo unicamente la logica del profitto economico. Mario Riva, responsabile sostenibilità Besani, afferma che la loro filiera è pulita, i tessuti sono migliorati ed i colori sono diventati più brillanti.

Ovviamente la campagna Detox non è solo tessuti, ma anche accessori.

Coco Chanel diceva “la moda passa, lo stile resta”. Ora che la sostenibilità è diventata di moda, sarebbe bello e giusto che diventasse uno stile.

D7M

http://www.altroconsumo.it, Greenpeace “la sfilata detox”, certificazioni Oeko-Tex

Autore: watchingreen

maurizio.dissette@gmail.com

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