Cambiamenti di identità nelle persone affette da Sensibilità Chimica Multipla

In questo studio gli autori hanno chiesto ai partecipanti affetti da Sensibilità Chimica Multipla (MCS), con una domanda a risposta aperta, in che modo tale malattia ha cambiato le loro identità. Gli autori hanno esaminato le risposte per temi, discutendoli all’interno della struttura della teoria critica. I temi principali erano la perdita di una personalità stabile in relazione alla famiglia, la perdita del proprio ruolo, soffocare le proprie emozioni per incontrare le aspettative degli altri, riprogettare la vita già pianificata, essere obbligati a crescere, fare fatica a trovare sostegno, scoprire la parte spirituale di sé e riconsolidare la propria identità. Gli autori hanno confrontato la scoperta con i lavori pubblicati riguardo gli adattamenti alle patologie croniche e le altre malattie delegittimate, scoprendo che erano piuttosto congruenti, e hanno discusso i problemi relativi all’accettazione culturale della MCS come malattia causata dalle esposizioni chimiche.

L’articolo completo è pubblicato in inglese su Qualitative Health Research, Vol. 15 n° 4, Aprile 2005, 1-23, Sage Pubblications.

P. R. Gibson, E. Placek, J. Lane, S. O. Brohimer,
A. C. Earehart Lovelace

infoamica.it

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Laboratorio IMD – Berlino

​http://www.imd-berlin.de

È possibile eseguire molti esami allergologici e per patologie autoimmuni.

Si può scrivere una mail alla signora Schroder, K.Schroeder@imd-berlin.de, chiedendo l’invio presso la propria abitazione di un kit prelievi sulla base degli esami da fare. Giunto il kit ed eseguito il prelievo, si deve spedire il tutto al laboratorio entro 24H dal lunedì al giovedì.

Attenzione alle specifiche degli esami: 

S :siero

U : urina

SZ : siero centrifugato preso dal sangue intero 

3NAF=sono 3 contenitori/provette trattate con questa sostanza “natrium fluoride”

H= eparina

LT= 1LTT =1set di prelievo composto da 2eparina (10ml ognuna)+1 di siero per ogni profilo LTT

Sul sito trovate l’elenco degli esami effettuabili e le specifiche.


Lisciva

La liscìvia o lisciva, anticamente liscìa, è una soluzione alcalina contenente di solito idrossido di sodio oppure idrossido di potassio intorno al 33% (più tecnicamente detta liscivia caustica o dei saponi); può essere ottenuta anche come miscela di sapone e carbonato, perborato o perossido di sodio (liscivia detersiva o da bucato, o semplicemente liscivia).Nell’uso comune, con liscivia si può indicare un detergente per panni, usato prima della diffusione delle lavatrici e dei moderni detersivi, realizzato trattando con acqua bollente la cenere di legno o di carbone di legna, che contiene appunto grandi quantità di carbonato di sodio e di potassio.
Usata molto in passato come sbiancante, sgrassante, disinfettante, pulizie domestiche, era anche usata per l’igiene personale in forma estremamente diluita. Il suo potere detergente è accompagnato da una blanda azione corrosiva; è giusto considerare quest’aspetto in quanto, anche se naturale, la liscivia è di per sé un prodotto non privo di controindicazioni.

Come detersivo per il bucato è apprezzato non solo per le sue proprietà pulenti ecologiche ma anche per il costo ridotto.

Può essere usata per sgrassare padelle ed altre stoviglie molto grasse versandone un poco direttamente sopra e strofinando con una pezzetta. In caso di stoviglie molto unte il procedimento va ripetuto, dopodiché è sufficiente un veloce risciacquo in acqua. Mentre si effettua questo procedimento si vedrà formarsi una soluzione acquosa giallognola data dalla reazione tra liscivia e grasso, ovvero l’inizio di un processo di saponificazione.
Si ricorda però che essendo la liscivia un prodotto alcalino, non deve essere mescolato con sostanze acide, pena l’azzeramento di qualsiasi effetto detergente in quanto darebbe origine a dei sali neutri.
“La lisciva in immagine é quella che abbiamo provato, non rilascia profumazioni, è un ottima base lavate,  il bucato è perfetto”

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Laboratorio LAB4MORE, Monaco di Baviera

Alcune analisi per la determinazione su sangue della quantità di metalli presenti, possono essere eseguite presso il laboratorio Lab4more di Monaco di Baviera.

http://www.lab4more-online.de/
E’ possibile contattarli via E-mail all’indirizzo conrad@lab4more.de (Patrizia Conrad) chiedendo l’invio presso la propria abitazione di un kit prelievi. Il numero delle provette che si ricevono é in funzione del numero di metalli da investigare. La signora Conrad risponde celermente a tutti i quesiti, posti unicamente in inglese. Se con l’inglese si hanno difficoltà, vi è un contatto che parla l’italiano : Yvonne Binndl, bindl@lab4more.de, tel 00498954321750 . La si può contattare telefonicamente il lunedì ed il mercoledì dalle 13.30 alle 16.00 ed il martedì e giovedì dalle 10.00 alle 12.30.

Effettuato il prelievo presso la propria abitazione si inviano le provette con corriere (per info sulle specifiche spedizione contattarmi in privato), la consegna deve avvenire entro le 24 h.

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TEST MELISA

analisi sangue

 

MELISA TEST A4 DOWNLOAD

…”Il TEST MELISA è un esame del sangue che misura l’ipersensibilità ai metalli e ad altri allergeni. E’ stato rilevato che l’allergia ai metalli è comune in pazienti con varie malattie:

  • della pelle
  • autoimmuni
  • gastrointestinali

Molti pazienti con Sindrome da affaticamento cronico, Encefalomielite mialgica, Sensibilità chimica multipla, spesso soffrono di ipersensibilità ai metalli”…

Il test è eseguibile presso il Medical Center srl, Centro Medico di Sesto Calende, Varese. E’ possibile esaminare sino a 40 metalli; si può contattare il centro medico al numero telefonico 0331958095 oppure all’ E-mail info@medicalcentersrl.it. In base al numero di metalli da investigare si riceverà un preventivo dei costi, accettato il preventivo si provvede prima a pagare con bonifico e poi a richiedere, per chi ne avesse necessità, il kit presso la propria abitazione. Prima di effettuare il prelievo bisogna concordare con il centro medico il ritiro del kit, servizio con corriere effettuato dal Medical Center, tenendo presente che i campioni ematici devono essere portati in Germania per l’analisi, pertanto il corriere offre possibilità di ritiro solo in mattinata e dal lunedì al mercoledì.

http://www.medicalcentersrl.it

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TEST GENETICI

genetica

 

LABORATORIO GENOMA

…”Il Laboratorio GENOMA Group è un centro diagnostico ad elevata specializzazione di rilevanza nazionale. E’ considerato uno fra i più avanzati laboratori europei di diagnostica molecolare, con due sedi principali, Roma e Milano. L’attività’ del Gruppo GENOMA si estende in tutto il territorio nazionale ed anche all’estero, in Europa, Stati Uniti e Medio Oriente, fornendo supporto diagnostico specialistico per strutture sanitarie, pubbliche e private, laboratori di analisi, case di cura, ospedali, cliniche private, poliambulatori medici, centri di procreazione medicalmente assistita e medici specialisti in differenti discipline. Con un elenco di oltre 1.500 test genetici eseguibili direttamente in sede, ripartiti in 20 aree applicative, GENOMA è in grado di soddisfare richieste sempre più specialistiche nel settore della diagnostica citogenetica e molecolare, fornendo ai propri clienti un servizio altamente specializzato, preciso, efficace e rapido”…

Si può contattare il numero verde 800501651 e chiedere tutte le informazioni, oppure scrivere all’indirizzo E-mail info@laboratoriogenoma.eu

Per esperienza personale sia attraverso il numero verde che con l’ E-mail si ottengono celermente le risposte richieste, per casi specifici vi è anche la possibilità di contattare i genetisti ed i biologi della struttura attraverso il numero verde. Concordati gli esami da effettuare, si riceve dall’amministrazione una mail con il preventivo dei costi. Accettato il preventivo si effettua prima il pagamento tramite bonifico e poi si contatta al medesimo numero verde la logistica per richiedere l’invio del kit prelievo e concordare il ritiro presso la propria abitazione. Genoma effettua un servizio di ritiro del prelievo con corriere. Nel concordare il ritiro bisogna ricordarsi che i corrieri danno la disponibilità in una fascia oraria di tre ore (ad es: 8/11, 9/12, etc.), effettuano ritiri anche al pomeriggio.

http://www.laboratoriogenoma.eu

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Snas

  • Recentemente, alcuni ricercatori hanno evidenziato l’esistenza di una patologia fino a pochi anni fa sconosciuta e che, solo da poco, ha avuto un riconoscimento ufficiale. Mi riferisco alla Systemic Nickel Allergy Sindrome (SNAS). La clinica della SNAS è essenzialmente caratterizzata dalla comparsa di sintomatologia a carico della cute, con eczema da contatto anche in regioni del corpo che invece normalmente non entrano in contatto con il metallo.
  • Precedenti patch test (test allergologici) positivi per il nichel e l’ orticaria talora associata ad angioedema, disturbi rilevanti a carico del tratto intestinalecon dispepsia, meteorismo, coliche addominali, alvo alterno ( stipsi e dissenteria ), vomito e sintomi da reflusso gastroesofageo. I sintomi si presentano in occasione dell’ingestione di cibi ad alto contenuto di nichel. Pensate che questi sintomi, noi medici clinici attenti al problema delle intolleranze alimentari, li abbiamo osservati da diversi anni e li abbiamo correlati con disturbi legati all’ingestione di alimenti non tollerati. Ma certo, direste voi! Ma nessuno in passato si sarebbe sognato di descrivere tali sintomi e correlarli con il contenuto di nichel negli alimenti, per i soggetti particolarmente sensibili.
  • La diagnosi risulta più agevole se i sintomi compaiono dopo alcuni anni, nei soggetti con dermatite da contatto ( eczema da contatto ).La prima fase della diagnosi di SNAS è l’anamnesi, la raccolta attenta dei sintomi, le modalità, la frequenza e la durata dei disturbi, la relazione con i cibi e l’introduzione dei cibi ad alto contenuto di nichel, può orientare la diagnosi.
  • L’Istituto di Medicina Biologica e il suo staff da tempi non sospetti,si occupa di intolleranze alimentari e in particolar modo di intolleranza al nichel e al glutine. La collaborazione con un prestigioso Ente ospedaliero il San Matteo di Pavia, che da anni ci sostienenel campo dell’allergia e intolleranza alimentare, ci ha permesso di raccogliere dati che riguardano le intolleranze alimentari. La diagnostica clinica e di laboratorio è molto importante per porre una diagnosi. Un test determinante per al diagnosi, presente in 52 paesi del mondo, è il Test ALCAT®( Antigen Leucocitary Cellular Antibody Test ). È un test leucocito tossico, computerizzato e automatizzato che si esegue su sangue venoso, quindi occorre un prelievo di sangue e si analizzano quote di alimenti che reagiscono con le cellule del sistema immunitario innato, i Granulociti Neutrofili.
  • Le risposte che ne derivano, sono reazioni di tre gradi di importanza, dal grado 1,il meno grave, al grado tre, il più grave. Il test ALCAT®permette di ottenere una diagnosi di sensibilità agli alimenti, ponendo un ragionamento di gruppi alimentari che corrispondono agli alimenti risultati positivi al test. Dopo la risposta al test ALCAT®, segue una dieta a rotazione, eliminando quasitotalmente gli alimenti risultati intollerati con un grado di reattività medio alta, lasciando due o tre momenti di dieta libera durante al settimana, in modo da permettere una sorta di recupero del grado di tolleranza, che in qualche modo il paziente ha ridotto nel tempo. Il gruppo di collaboratori e medici, coordinati da IMBIO, ha da tempo raccolto diversi dati, sulle possibili reazioni dovute al cibo, come sostanza considerata “estranea” all’organismo e, messa in relazione con la comparsa di stati infiammatori. Ii sintomi che spesso sono raccolti dai nostri collaboratori, sono i più frequenti, colite, stipsi o dissenteria, mal di testa emicrania, dermatite non allergica fino all’orticaria fino all’artrite.
  • È da notare come i sintomi regrediscono, dopo una dieta a scarso contenuto di nichel, seguita per alcune settimane. Qualsiasi stato infiammatorio, non dovuto a cause specifiche o malattie diagnosticabili clinicamente e con analisi di laboratorio, è da ricondurre ad uno stato di “sollecitazione” infiammatoria dovuta dal cibo.
  • Di seguito potete osservare la raccolta dei dati da parte della dottoressa Cecilia Pedroni, del Master in Nutrizione Umana, Univ. Di Pavia e collaboratrice di IMGEP ( Istituto di Medicina Genetica Preventiva, di Milano ), coordinato dalla Dottoressa Carassai Paola, evidenzia come i dati sono a favore di un’ aumento della sensibilità al nichel degli alimenti.
  • Nei grafici che seguono viene mostrata la distribuzione dei pazienti IMGeP che hanno eseguito l’ALCAT TEST suddivisi per i Gruppi Alimentari di intolleranze: nichel, salicilati, lieviti, latte e derivati, frumento e nessuna/altro.
  • Recentemente abbiamo partecipato alla stesura di un libro “Nichel. L’intolleranza? La cuciniamo”  Edito da Silvana Editore, con Tiziana Colombo, scrittrice e cuoca provetta. Nel testo si racconta il percorso clinico e diagnostico dell’intolleranza al nichel in modo piacevole e leggero, fino ad arrivare alla parte più importante, le 111 ricette, di piatti prelibati, con foto che li descrivono, tutte in originale che permettono di cucinare prelibatezze di alto livello, sena alimenti contenenti nichel. Una specie di guida dell’intolleranza al nichel, che ha colmato un vuoto, dando l’opportunità di avere una soluzione al problema intolleranza.
  • Il gruppo di lavoro di IMBIO e IMGEP è da sempre attento al problema intolleranza e alla ricerca di nuovi sistemi di diagnosi, che ci permettono di trovare al causa e la soluzione ai problemi legati alle intolleranze alimentari.

IMBIO.IT  Istituto Medicina Biologico

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Con la canapa come isolante addio ad afa e bollette costose


L’ENEA è l’agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile. Secondo il centro ricerche ENEA di Brindisi, che ha portato avanti il progetto EFFEDIL, la canapa come isolante “migliora l’isolamento termico del laterizio, attenuando di circa il 30% il flusso termico e diminuendo del 20% la trasmittanza termica”.
Il punto da cui partire è che costruire e riqualificare in modo sostenibile potrebbe far risparmiare il 50% di energia che oggi viene sprecata. In questo contesto gli edifici svolgono un ruolo chiave in quanto sono responsabili di buona parte del consumo energetico nazionale: secondo studi ENEA, infatti, i consumi energetici nelle abitazioni in Italia sono responsabili del 45% delle emissioni di CO2.

In particolare nelle aree del Mediterraneo a clima caldo temperato, secondo l’ENEA anche grazie alla canapa è oggi possibile costruire edifici sostenibili ed efficienti, riducendo i consumi degli impianti di climatizzazione. Per questo motivo il centro ricerche ENEA di Brindisi nell’ambito del progetto EFFEDIL ha realizzato test su pareti “imbottite” di canapa che hanno dimostrato un miglioramento delle prestazioni energetiche rispetto a pareti di solo laterizio senza isolante.

“Con questo studio – spiega la dottoressa Patrizia Aversa dell’ENEA – abbiamo potuto verificare che la canapa migliora l’isolamento termico del laterizio, attenuando di circa il 30% il flusso termico, ossia la quantità di calore che passa attraverso un materiale in un dato momento, e diminuendo del 20% la trasmittanza termica, vale a dire la facilità con cui un materiale si lascia attraversare dal calore. Inoltre la canapa ha una buona permeabilità al vapore acqueo, permettendo così di evitare la formazione di condensa”.

Canapaindustriale.it 

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Sindrome da stanchezza cronica: una realtà

stanchezza 1Grazie alla risonanza magnetica per immagini (o MRI) si sono potute identificare una serie di anomalie cerebrali nei pazienti affetti da sindrome da stanchezza cronica (o Chronic Fatige Syndorme – CFS). Queste anomalie fanno della CFS una realtà e soprattutto possono essere fondamentali per una diagnosi accurata e per trovare quello che è il meccanismo alla base del processo di sviluppo della malattia.

La sindrome da stanchezza cronica – come descritto dall’Osservatorio Malattie Rare “è un disturbo caratterizzato da una stanchezza prolungata, persistente e debilitante, e da una serie di sintomi non specifici correlati. Affligge solitamente soggetti adulti tra i 20 e i 40 anni, che lamentano una stanchezza disabilitante per la quale il riposo non è di alcun aiuto, e che si aggrava con l’attività fisica e intellettuale. Per alcuni pazienti la gravità della sindrome è tale da non permettere loro di portare avanti le proprie attività occupazionali. Colpisce prevalentemente le donne e ha un’incidenza stimata tra lo 0,4 e l’1 per cento”.

Chi ne è colpito, “fatica” letteralmente a vivere. Per cui la possibilità di far luce su questa patologie e la sua eziologia (ossia l’origine) è fondamentale. E questo nuovo studio della Stanford University School of Medicine permette dunque di compiere un passo avanti in questa direzione.
Non è raro per i pazienti con CFS aver a che fare con diverse errate caratterizzazioni della loro condizione. Spesso poi vengono sospettati di ipocondria, o semplice stress, prima di ricevere una vera diagnosi di CFS. Le anomalie cerebrali individuate nello studio si spera possano finalmente aiutare a risolvere tali ambiguità.
«Per mezzo dell’utilizzo di un trio di sofisticate metodologie di imaging – spiega il dott. Michael Zeineh, assistente professore di radiologia – abbiamo scoperto che il cervello dei pazienti con CFS diverge da quello dei soggetti sani in almeno tre modi diversi».

«La CFS è una delle più grandi sfide scientifiche e mediche del nostro tempo – aggiunge il dott. Jose Montoya, autore senior dello studio e professore di malattie infettive e medicina geografica – I suoi sintomi spesso includono non solo la fatica opprimente, ma anche dolori articolari e muscolari, mal di testa, inabilità, intolleranze alimentari, mal di gola, ingrossamento dei linfonodi, problemi gastrointestinali, eventi anomali nella pressione sanguigna e del battito cardiaco, e ipersensibilità alla luce, al rumore o altre sensazioni».
La combinazione dei sintomi può devastare la vita di un paziente per 10, 20 o anche 30 anni, sottolinea Montoya che, per questo studio, ha seguito 200 pazienti con CFS per diversi anni nel tentativo di identificare i meccanismi alla base della sindrome. Egli spera di accelerare lo sviluppo di trattamenti più efficaci rispetto a quelli disponibili oggi.

«Oltre a fornire un potenziale biomarcatore diagnostico CFS-specifico – prosegue Montoya – che stiamo disperatamente cercando da decenni, questi risultati promettono di identificare l’area o le aree del cervello in cui la malattia ha dirottato il sistema nervoso centrale».

«Se non si comprende la malattia, è come se si stesse giocando a freccette da bendati – sottolinea il dott. Zeineh – Ci siamo chiesti se l’imaging cerebrale potesse rivelare qualcosa di concreto che differisce tra il cervello dei pazienti con CFS e quelle delle persone sane. E, curiosamente, lo ha fatto».

I ricercatori della Stanford hanno messo a confronto le immagini cerebrali di 15 pazienti con CFS con quelle di 14 volontari sani, appaiati per età e sesso, senza storia di fatica o di altre condizioni che causano sintomi simili a quelli della CFS.
L’analisi finale ha prodotto tre risultati degni di nota. In primo luogo, una risonanza magnetica ha mostrato che il contenuto complessivo della sostanza bianca del cervello dei pazienti CFS, rispetto a quella dei soggetti sani, era ridotto. Queste zone, spiegano i ricercatori, sono specializzate nell’elaborazione di informazioni, e sono le prime a trasmettere le informazioni da una parte del cervello all’altra.

Il dott. Zeineh ha commentato che tale constatazione non era del tutto inaspettata. Si pensa infatti che la CFS coinvolga l’infiammazione cronica, molto probabilmente come risposta immunologica prolungata a una infezione virale non ancora specificata. L’infiammazione, nel frattempo, è nota per pretendere un particolare tributo sulla materia bianca.
Tuttavia, vi è stata una seconda scoperta del tutto inaspettata. Utilizzando un avanzata tecnica di imaging (diffusion-tensor imaging), che è particolarmente adatta a valutare l’integrità della sostanza bianca, Zeineh e colleghi hanno identificato un’anomalia consistente in una particolare parte di un tratto del nervo nell’emisfero destro del cervello dei pazienti con CFS. Questo tratto, che collega due parti del cervello chiamate lobo frontale e lobo temporale, è noto come fascicolo arcuato longitudinale superiore. E questo, nei pazienti con CFS, assume un aspetto anomalo.
Oltre a ciò, è stata osservata una forte correlazione tra il grado di anormalità nel fascicolo arcuato del paziente con CFS e la gravità della condizione – così come valutato dalle prestazioni misurate in un test psicometrico standard utilizzato per valutare la fatica.

«Questo studio è stato un inizio. Ci mostra dove guardare, conclude Zeineh, ricordando che ora sono in fase di pianificazione di uno studio sostanzialmente più grande.
I risultati completi della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista Radiology.

lastampa.it

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La stanchezza cronica dipende dall’intestino

stanchezza cronicaQuello che era un indizio, oggi è un sospetto con radici ben fondate. La sindrome da stanchezza cronica, condizione che in Italia colpirebbe all’incirca duecentomila persone (manca un registro ufficiale), è quasi certamente una malattia che nasce da un’alterazione della flora intestinale e non ha invece un’origine psicologica. Questo, almeno, è quanto sostiene un gruppo di ricercatori della Cornell University (Ithaca) in uno studio pubblicato sulla rivista « Microbiome ».

 

«La sindrome da stanchezza cronica nasce dall’intestino, non dalla testa», hanno sentenziato gli scienziati, le cui parole confermano l’ipotesi più battuta dagli specialisti impegnati nell’individuare l’esatta eziologia della malattia.

 

L’ORIGINE DELLA MALATTIA RISIEDE NELL’INTESTINO

Nell’ultimo studio, i ricercatori hanno identificato alcune alterazioni del microbiota intestinale comuni a tutte le persone coinvolte nello studio (48) che segnalavano sintomi riconducibili alla sindrome da stanchezza cronica (rispetto ai 39 soggetti inseriti nel gruppo di controllo). L’osservazione, riferibile all’83 per cento delle persone che segnalavano i sintomi caratteristici della condizione (stanchezza protratta, difficoltà di concentrazione, dolori articolari, mal di gola e mal di testa che non si attenuano con i farmaci), è avvenuta attraverso il campionamento delle feci e un semplice prelievo.

 

«Il nostro lavoro dimostra che chi soffre di affaticamento cronico ha un’alterazione della flora batterica intestinale che risulta probabilmente responsabile dei sintomi gastrointestinali e dei processi infiammatori riscontrabili in questi pazienti», afferma Maureen Hanson, docente di genetica e biologia molecolare alla Cornell University e prima firma della pubblicazione. Molti aspetti restano ancora da scoprire, ma secondo la scienziata l’evidenza è «sufficiente a escludere l’origine psicologica della malattia», finora presa in esame vista la frequente concomitanza con le sindromi depressive.

 

Sequenziando le regioni di Dna microbico raccolte attraverso i campioni di feci, i ricercatori hanno identificato diverse tipologie di batteri, tra le persone sane e quelle colpite dalla sindrome da stanchezza cronica. In particolare nelle persone malate è stata individuata una quota inferiore di microrganismi dotati di azione antinfiammatoria. Il riscontro, ottenuto anche in alcuni studi mirati a indagare il possibile ruolo della flora batterica intestinale nei meccanismi di insorgenza delle malattie infiammatorie croniche intestinali, ha convinto gli esperti a cercare nel microbiota le possibili cause della risposta immunitaria sovradimensionata che innesca la sindrome da stanchezza cronica. Resta poco chiaro se le alterazioni siano una causa o un effetto della malattia, ma su un aspetto gli esperti concordano: il legame non è da trascurare. Oltre ai batteri, i ricercatori puntano a capire se un ruolo determinante non sia giocato anche da virus e funghi.

 

ALTRI FATTORI RESPONSABILI

L’ipotesi non è peregrina. Finora, infatti, tra le possibili cause della malattia è stato considerato anche il virus di Epstein-Barr, responsabile della mononucleosi: spesso presente nel sangue dei pazienti, al momento della diagnosi. Non si esclude comunque che a innescare i meccanismi immunologici alla base del disturbo ci siano altri fattori: alimentari, ambientali o endocrini. Senza trascurare l’ipotesi ormonale, viste le disfunzioni riscontrate in molti pazienti a carico dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene. La strada per completare la conoscenza della sindrome da stanchezza cronica rimane ancora lunga.

lastampa.it

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