Le proprietà chimico-fisiche delle alte ultra diluizioni…

Water drop


La ricerca scientifica elaborata negli ultimi anni nel campo della medicina omeopatica annovera numerosi studi.

Il National Center for Biootechnology Information, l’organismo internazionale che raccoglie la letteratura scientifica sviluppata a livello mondiale nell’ambito delle scienze e di quelle della salute in particolare, annovera nei sui data base (PubMedoltre 5000 articoli scientifici sull’efficacia della medicina omeopatica.

Tra i tanti articoli, facciamo, oggi, qui cenno all’importante mole di ricerche scientifiche che fanno capo in Italia alProf. Vittorio ELIA, già Professore Associato di Elettrochimica all’Università Federico II di Napoli.

Il Prof. Elia, Docente universitario di Chimica dal 1973 con diversi incarichi di docenza e di ricerca a Napoli nella Chimica Fisica e nella Chimica Generale, negli ultimi trent’anni ha intrapreso lo studio termodinamico e spettroscopico di soluzioni acquose altamente ultra diluite, fornendo un contributo scientifico rigoroso nella conoscenza delle proprietà chimico-fisiche di queste diluizioni che vengono usate anche, ma non solo, nell’ambito delle cosiddette medicine non convenzionali.

Con oltre 110 lavori scientifici pubblicati su riviste internazionali, il lavoro del Prof. Vittorio ELIA costituisce un patrimonio di ricerca di sicura importanza ed originalità. Si tratta di centinaia di prove sperimentali che contribuiscono ad evidenziare quanto l’acqua pura abbia proprietà chimico-fisiche diverse a seconda della sua “storia”. I risultati sono di estremo interesse, e sono stati accreditati a livello internazionale con la pubblicazione  di 37 specifici articoli su riviste riconosciute dalla comunità scientifica. “Studiare l’acqua“, dice il Prof. Elia nelle sue interviste, “significa immergersi in un mondo sconosciuto”. Si tratta di un tema particolarmente ampio e complesso: senza dubbio è il liquido più esaminato al mondo, che tuttavia presenta ancora tante, tantissime, incognite. Più gli esperti studiano le proprietà dell’acqua, più si rendono conto di quanto ancora ci sia da scoprire”.

Il Prof. Vittorio Elia ha avuto modo di condurre per lungo tempo studi approfonditi sulla termodinamica delle soluzioni acquose, in riferimento a molecole modello di interesse biologico, in particolare attraverso la calorimetria.

“Ho cercato quindi di applicare la mia esperienza anche allo studio dell’acqua trattata con i protocolli della medicina omeopatica“, dice il Prof. Elia.

“Nello studio delle soluzioni omeopatiche ci si è preoccupati di analizzare solo il soluto”, aggiunge,  “ma si è dimenticato e questo è un grave errore metodologico, distudiare il solvente“.

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“L’acqua ottenuta attraverso i procedimenti omeopatici”, dice ancora il Prof. Elia, “risulta profondamente diversa nelle sue caratteristiche chimico-fisicherispetto all’acqua che si aveva all’inizio del procedimento”.

“Essa ha acquisito, infatti, nuove proprietà. Ad esempio la conducibilità elettrica è notevolmente aumentata, così come il calore generato dal mescolamento con una soluzione alcalina, mentre il pH è variato in maniera misurabile.

“Abbiamo ormai raccolto” conclude il Prof. Elia “una massa critica di dati sperimentali sufficienti per attestare, in modo corretto e veritiero, che le diluizioni omeopatiche contengono in seno al liquido degliaggregati di molecole d’acqua.

Non esiste al momento una teoria scientifica atta a spiegare questi risultati sperimentali, ma la formazione degli aggregati è un fatto certo, come dimostrato da tecnologie spettroscopiche e microscopiche.

I futuri sforzi della ricerca dovranno essere orientati a spiegare meglio cosa si nasconda all’interno di questi aggregati. Sarà opportuno insistere su analisi di natura termodinamica, perfezionando anche gli studi microscopici e spettroscopici per esaminare gli aggregati e la loro natura.

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Tè verde giapponese “Tamaryokucha”…


Il tè Tamaryokucha è conosciuto anche come Guricha ed è un tè verde giapponese piuttosto raro e di qualità superiore proveniente dalla regione di Ureshino la cui traduzione del nome significa “spirale di tè verde” vista la forma che si ottiene dopo la sua lavorazione. Tè dal sapore dolce e deciso con un retrogusto mandorlato e persistente, dal forte profumo floreale e da un aroma intenso con toni di agrumi, erbe e bacche.

Tamaryokucha è un tè Shincha, significa il primo raccolto e per i tè giapponesi è il più pregiato. Il liquido è intenso dal colore verde smeraldo.

Lapiantadelte.it

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Lievito madre…


Il lievito madre è detto anche lievito naturale o pasta acida. Fare il lievito madre richiede un po’ di pazienza, tempo, esperienza e spesso sono necessari più tentativi per ottenere un buon risultato; va “accudito”, rinfrescato e controllato. Il pane fatto con il lievito madre anzichè con il lievito di birra ha diversi pregi: migliori caratteristiche organolettiche e sviluppo del prodotto, maggiore digeribilità e conservabilità. Se hai un po’ di pazienza ed ami il pane buono, PROVARE non costa niente.


Il lievito naturale, chiamato anche lievito acido, lievito naturale, pasta acida, lievito madre e pasta madre, è un impasto di farina e acqua acidificato da un complesso di lieviti e batteri lattici in grado di avviare la fermentazione degli impasti per prodotti della panetteria e della pasticceria. A differenza del lievito di birra che contiene unicamente Saccharomyces cerevisiae, il lievito naturale comprende, tra i lieviti, diverse specie di Saccharomyces (principalmente exiguus e cerevisiae ma anche ellipsoideus) e Candida, e, tra i batteri lattici, comprende specie eterofermentanti ed omofermentanti del genere Lactobacillus (brevis, sanfranciscensis, casei, plantarum, acidophilus etc.) e dei generi Leuconostoc Pediococcus e Weissella.

Nicola Passarelli, cuoco, scrive:
“Appena l’acqua entra in contatto con la farina, si generano delle reazioni enzimatiche. L’amido contenuto nella farina assorbe l’acqua e da questo momento si attivano degli enzimi che con un’azione metabolizzante trasformeranno e scinderanno l’amido in molecole di glucosio che a sua volta attirerà a se i lieviti, dei microrganismi viventi che vivono intorno a noi, “ghiotti” di glucosio. Questi lieviti dopo aver fatto una scorpacciata di glucosio produrranno l’anidride carbonica responsabile della lievitazione e dell’alveolatura all’interno del pane. Una volta esauritosi l’ossigeno all’interno dell’impasto, incorporato anche grazie all’azione meccanica dell’impastamento, i lieviti cesseranno la loro attività e inizieranno ad operare i batteri lattici che riescono a lavorare in assenza d’ossigeno dando luogo alla fase della fermentazione durante la quale si produrrà acido lattico e non solo. L’acido lattico ha il compito di sanificare l’ambiente perché si avrà un abbassamento del ph con conseguente aumento dell’acidità che terrà lontano i batteri patogeni, ma non per sempre. Perchè all’interno della pasta acida ci sia sempre”vita” e che la sua forza lievitante accresca fino ad essere pronta per la preparazione del pane è importante aumentare la colonia dei lieviti e questo è possibile solo dandogli da “mangiare” il glucosio, sintetizzato dagli enzimi, dall’amido contenuto nella farina. In questo modo e controllando la temperatura dell’ambiente si terrà sotto controllo anche l’acidità in modo che non degeneri trasformando l’acido lattico in acido acetico rendendo inutilizzabile la pasta madre. I rinfreschi d’acqua e farina di cui si parlava nella preparazione del lievito madre, svolgono la funzione di far vivere e rafforzare la pasta madre”.
Ingredienti:  Farina (consiglio per iniziare una farina di segale perchè più ricca d’amido così da favorire un migliore sviluppo dei lieviti, poi per i rinfreschi successivi va bene anche una buona farina 0). 

Acqua Istruzioni:  Mescolare all’interno di un contenitore la farina con l’acqua in modo che l’impasto assuma la consistenza di una crema molto densa, dopo di che coprire con un panno e lasciare all’aria aperta per due giorni in modo che cominci a fermentare. Trascorso questo tempo aggiungere il pari peso di farina (consiglio quella di segale) e mescolare lasciando riposare in un ambiente dove ci sia una temperatura tra i 22 e i 25° per un tempo di 48 ore circa. Il contenitore va coperto con un panno. Trascorso questo tempo si procede al primo rinfresco utilizzando della farina di tipo 0 e possibilmente di ottima qualità ed acqua. Si procede in questa maniera: togliere la crosta superficiale che si è venuta a formare, pesare l’impasto e unire pari peso di farina aggiungendo una quantità d’acqua pari al 60% circa della farina aggiunta, impastare e mettere il tutto in un contenitore di vetro o ceramica stretto e alto e lasciare riposare coperto per circa 36 ore sempre alla temperatura di 22/25°. Queste operazioni di rinfresco vanno ripetute possibilmente ogni giorno almeno fino a quando la massa dell’impasto lievitando triplichi quasi il suo volume iniziale. Occorreranno circa tre settimane per ottenere questo risultato. Una volta che il lievito avrà raggiunto la giusta forza, sarà pronto per essere utilizzato per il nostro pane. Il giorno prima in cui s’intende panificare vanno fatti due rinfreschi così da dare più forza al nostro lievito: uno in tarda mattinata e un altro in serata. La mattina successiva il nostro lievito sarà pronto per essere utilizzato. 

Utilizzo del lievito madre.

Per la quantità di lievito madre considerare il 30/35% del peso della farina che si ha intenzione d’impastare. Diluirlo con l’acqua che utilizzeremo per impastare il pane e aggiungerlo alla farina e impastare. La quantità d’acqua da utilizzare per impastare il pane corrisponde circa al 55 al 60% del peso della farina. Prima di aggiungere il sale prendere un po’ d’impasto e conservarlo così da poterlo riutilizzare come lievito quando si vorrà fare altro pane. 

Conservazione del lievito madre

 Una volta ottenuto il lievito bisognerà porsi il problema di come conservarlo. A seconda di quante volte si vorrà fare il pane si può conservare in modi diversi. Se si fa il pane ogni due giorni non ci sarà bisogno di tenerlo in frigo basta rinfrescarlo la sera prima di fare il pane e la mattina dopo sarà pronto. Se si farà ad esempio una volta settimana o più di rado si può mettere il lievito in frigo in un contenitore di vetro chiuso ermeticamente, avendo cura di toglierlo un paio di giorni prima di fare il pane e rinfrescarlo con farina e acqua. Consiglio nel caso di conservazione in frigo di rinfrescarlo ogni 8/10 giorni per mantenere viva l’attività dei lieviti.

Alimentipedia.it

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Lo Smog entra nel cervello…


Uno studio dimostra la presenza di ferro e altri metalli da gas di scarico delle automobili. Si teme per il rischio Alzheimer. Ma la comunità è divisa: “Nessuna correlazione”
Il ferro e altri metalli contenuti nei gas di scarico delle auto possono raggiungere il cervello attraverso la respirazione. Questa la scoperta di uno studio effettuato dall’università di Lancaster su un campione di 37 persone: 29 residenti a Città del Messico – una delle città più inquinate al mondo –, tra i 3 e gli 85 anni, e il resto abitanti di Manchester, di età compresa tra i 62 e i 92 anni e in alcuni casi affetti da patologie neurodegenerative.  
Il team di ricercatori ha rilevato milioni di minuscole particelle provenienti da materiali inquinanti all’interno di campioni di tessuto cerebrale, che fanno temere per gli effetti sul rischio di Alzheimer. Per gli autori dello studio si tratta di una scoperta «estremamente scioccante», che spinge a porsi nuove domande sui rischi dell’inquinamento atmosferico per la salute. Era già noto l’impatto dell’aria avvelenata su polmoni e cuore, ma è la prima ricerca che rileva la presenza di microparticelle di magnetite, che possono derivare dall’inquinamento, all’interno del cervello. 
La sorpresa è arrivata quando gli scienziati hanno osservato con microscopi elettronici le particelle nella parte anteriore del cervello di sei persone, scoprendo che le più numerose, in un rapporto di 1 a 100, contenevano grandi quantità di nanoparticelle di ossidi di ferro ed erano sferiche – come quelle provenienti dai fenomeni di combustione – e non nella consueta forma di cristalli, tipica delle particelle derivanti dal ferro, presente naturalmente nell’organismo. In misura minore sono state trovate anche tracce di altri metalli contenuti nelle marmitte catalitiche, come il platino. Per Barbara Maher, principale autrice della ricerca, si tratta di una chiara prova del fatto che le particelle derivano dall’inquinamento atmosferico: «C’è ferro nel carburante, come impurità, c’è ferro nel blocco motore dell’auto. E dunque lo si può respirare camminando per strada. Come potrebbe non entrare nell’organismo? Questa scoperta è la pistola fumante», commenta l’esperta. 
La ricerca ha preso il via da un’intuizione della Maher, che dopo aver individuato particelle di magnetite in campioni di aria raccolti vicino a una strada trafficata di Lancaster e fuori da una centrale elettrica, si è chiesta se particelle simili si potessero insinuare anche nel cervello. E il sospetto è stato confermato: i campioni esaminati dal team contenevano tutti milioni di particelle di magnetite per grammo di tessuto cerebrale. «È estremamente preoccupante – ha commentato la Maher alla Bbc –. Quando si studia il tessuto, si vedono le particelle distribuite fra le cellule e quando si fa l’estrazione ci sono milioni di particelle in un singolo grammo di tessuto. Sono un milione di opportunità di creare danno. Queste sostanze sono un pericolo per la salute per patologie come l’Alzheimer».  
La nuova sfida degli scienziati è ora quella di indagare le conseguenze della scoperta. Le microparticelle osservate – presenti nei motori, ma raramente nell’organismo – sono di diametro inferiore a 200 nanometri e possono spostarsi dall’aria alle terminazioni nervose del naso e da qui al cervello. Lavori precedenti condotti su cellule cresciute in laboratorio hanno suggerito che l’ossido di ferro è presente nelle placche proteiche, che si ritiene giochino un ruolo nel morbo di Alzheimer, oltre a generare radicali liberi in grado di uccidere le cellule nervose. Inoltre, studi sulla popolazione hanno evidenziato che le persone che vivono vicino a strade trafficate hanno un rischio maggiore di declino cognitivo in età avanzata.  
​Le prove, tuttavia, sono ancora insufficienti e la comunità scientifica è cauta nell’assicurare un’eventuale correlazione. Lo studio in questione, infatti, non entra nel merito. È certo però che ora i ricercatori hanno «un nuovo campo di indagine su cui concentrare l’attenzione, per capire se queste particelle di magnetite stanno causando o accelerando malattie neurodegenerative», osserva la Maher. David Allsop, coautore dello studio ed esperto di morbo di Alzheimer e di altre malattie neurodegenerative, spiega che le particelle di inquinamento «potrebbero essere un fattore di rischio», ma che al momento «non c’è alcun legame provato, solo osservazioni suggestive». Altri esperti fanno notare che le cause della demenza sono complesse e che non ci sono abbastanza dati per affermare che il rischio sale per chi vive in aree inquinate. 

La Stampa 06/09/2016

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