Provenienza in etichetta della matera prima trasformata…

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I pastai saranno costretti a segnalare in etichetta da dove proviene la materia prima trasformata, e temono -Barilla in testa- di essere accusati di non difendere il made in Italy. La trasparenza, invece, serve a far luce sui limiti strutturali nella produzione cereaicola nazionale e sulle distorsioni di un mercato globale in cui il prezzo è stabilito anche da speculazioni finanziarie

Un piatto di pasta condita con un sugo di verdure - @ https://www.flickr.com/photos/ruthanddave/
Un piatto di pasta condita con un sugo di verdure – @ https://www.flickr.com/photos/ruthanddave/

“Barilla nutre forti dubbi e perplessità sul decreto per l’origine delle materie prima in etichetta della pasta”. Mentre la Commissione europea vaglia lo schema di decreto sull’etichettatura che obbligherebbe a segnalare il Paese di origine della semola utilizzata per la pasta prodotta in Italia, il principale player nazionale del mercato -3,38 miliardi di euro di fatturato nel 2015- boccia la misura. La norma “nella sua versione attuale -secondo Barilla- confonderebbe i consumatori e indebolirebbe la competitività della filiera della pasta”.

Per comprendere queste affermazioni, e offrire al lettore una possibilità di guardare oltre le legittime prese di posizione di Barilla, abbiamo chiesto l’aiuto di Marco Rusconi, agronomo, specialista nelle filiere dei cereali, che per Altreconomia ha curato il libro “Il profumo del grano” (in uscita a febbraio 2017). “La tracciabilità è sempre positiva -spiega Rusconi-. Con quest’intervento, tra l’altro, si va a riequilibrare una asimmetria, dato che oggi “sul prodotto vegetale fresco (dagli orticoli alla  carne) l’indicazione d’origine è sempre obbligatoria, mentre per quanto riguarda i prodotti secchi -tra cui la pasta- quest’indicazione c’è solo nei prodotti da agricoltura biologica, dove si distingue tra UE e non UE”.

Perché, allora, c’è chi si oppone alla trasparenza? 
MR “Dobbiamo capire come funziona il mercato dei cereali: la circolazione delle granaglie è in mano a 4 aziende, e queste 4 aziende fanno contratti in tutto il mondo, secondo il meccanismo dei future, ovvero scommesse relative alla produzione futura: i cereali -grani duri e teneri, mais, colza e soia- sono trattati come il petrolio.
I principali clienti dei 4 gruppi sono i mulini, che sono a loro volta i fornitori dei grandi pastai. Anche le scelte d’acquisto dei pastai dipendono, in larga misura, da questa dinamica tutta finanziaria. Il problema è quindi di ampia portata, e non dovremmo limitarci a considerare come tale il rischio che l’industria italiana della pasta venga accusata di non proteggere la produzione agricola nazionale, cosa che accadrebbe se venisse obbligata ad indicare in etichetta l’origine delle granaglie utilizzate”.

L’industria della pasta (che vale quasi 5 miliardi di euro, il 40% generato dall’export) potrebbe fare a meno del grano importato? 
MR “No. Ma serve una premessa: rispetto alla produzione italiana di pasta, il nostro Paese non potrebbe difficilmanete essere autosufficiente nella produzione di grano duro. Le zone vocate, infatti, non sono sufficienti (a coprire un fabbisogno che per il 2015 è stato di 4.180.000 tonnellate, ndr). Il nostro grano duro di alta qualità, inoltre, è poco. Ciò significa che c’è bisogno di grani duri esteri, che apportano alla nostra semola, e quindi alla nostra pasta, proteine, e quindi una migliore qualità tecnologica-industriale”.

Questo non potrebbe essere comunicato in modo adeguato?
MR “Le aziende sarebbero costrette ad indicare su ogni confezione una lista di Paesi, perché le loro miscele di grano duro arrivano da una serie di Paesi, che comprende l’India, Kazakistan, Australia e le aree più vicine all’Europa della Russia. In alcuni casi, però, il tema dell’origine delle materie prime si sovrapporrebbe a quelle relative alle condizioni di lavoro nei Paesi di produzione. E in questi casi, come sarebbe possibile assicurare ad alcuni rivenditori, come Coop, il rispetto dei requisiti previsti da una certificazione come quella SA8000?
Ecco perché invece di dire, anche al consumatore, ‘noi ci impegniamo, attraverso contratti di filiera, a garantire una determinata quota di grano duro nazionale in ogni pacco di pasta’, si opta per una posizione di chiusura”.

Credi che in questo modo il consumatore capirebbe?
MR “Dalla trasparenza discenderebbe un maggior carico di responsabilità nei confronti del consumatore. Un primo aspetto è quello sociale, e riguarda -come ricordato- le politiche del lavoro nei Paesi d’origine. Ce n’è anche uno che riguarda la salute: origini distanti sono più difficilmente controllabili dal punto di vista igienico sanitario.
Ma ci sono altri aspetti, di natura economica: intanto, sarebbe possibile capire dove si posiziona l’Italia nell’elenco dei Paesi di provenienza del grano duro utilizzato, dato che ogni singola origine andrebbe indicata con accanto il proprio peso in percentuale sul totale. Questo porterebbe il consumatore a chiedersi se i più importanti pastificatori sono pro o contro l’agricoltura nazionale: una presa d’atto di questa situazione, permetterebbe ai pastai d’intervenire con contratti di filiera più adatti alla condizione italiana, ovvero a un Paese che produce grani duri nazionali di scarsa qualità. I pastai dovrebbero chiedere qualità e non quantità; stabilire un valore e un prezzo basati sul contenuto proteico.
Come s’interviene in questa direzione? Secondo me, rafforzando le ricerche varietali per avere migliori qualità; facendo formazione sui sistemi di produzione e sui disciplinari; garantendo un prezzo al gran duro nazionale non vincolato ai prezzi mondiali, che dipendono dai future.
Ecco che i grandi pastai, nell’accettare l’etichetta trasparente, potrebbero spiegare senza paura al pubblico ed ai consumatori perché oggi sono obbligati a comprare da tutto il mondo, e prendere un impegno concreto per garantire e migliorare la filiera del grano duro nazionale”.

E invece il consumatore è preferibile metterlo sul chi va la. Come fa Barilla, che lo invita a fare attenzione perché “potrebbe addirittura arrivare a pagare di più una pasta meno buona”, solo perché fatta al 100% con grano made in Italy.

Autore: watchingreen

maurizio.dissette@gmail.com

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