Nutriceutica a tavola…

Ippocrate: «Lasciate che il cibo sia la vostra medicina e la vostra medicina sia il cibo». Nella società occidentale però, per dirla con l’antropologo francese Claude Fischler, sulla tavola regna la “gastro-anomia”: molte parole, tanta confusione, diete contraddittorie e una patologica attenzione all’estetica.

L’Oms e il ministero della Salute italiano, che spende 40 miliardi di euro l’anno per fare fronte ai disturbi metabolici, ci ricordano che l’alimentazione è il primo strumento di benessere e prevenzione perché “dialoga” con quello che molti hanno definito «il secondo cervello umano»: il microbiota, cioè la flora batterica intestinale. Il mondo scientifico punta i riflettori su questo, tant’è che diversi cuochi hanno iniziato a ragionarci. Il microbiota – differente in ognuno di noi – è fondamentale per il sistema immunitario, regola la digestione, l’assorbimento e l’assimilazione di proteine, carboidrati e grassi; funziona come spazzino, produce ormoni e trasmettitori che facilitano la comunicazione bi-direzionale con il sistema nervoso centrale. Una corretta alimentazione mantiene in equilibrio l’insieme di microrganismi che lo compongono: se si alterano, si può andare incontro ad allergie, scompensi metabolici, infiammazioni e squilibri psichici. Se i medici sono sempre più chiamati a occuparsi di nutraceutica (la branca della medicina che studia l’azione curativa degli alimenti), in causa ci sono anche gli chef, punta dell’iceberg di quel food system di pasticceri, panificatori, ristoratori e filiera agroindustriale che tanto incide sulla salute collettiva.
L’Università di Ferrara, prima in Europa, da quest’anno ospita un corso di Medicina culinaria sotto la guida del professor Michele Rubbini, del dipartimento di Morfologia, Chirurgia e Medicina Sperimentale. «Il corso è aperto solo agli studenti della facoltà», spiega Chiara Manzi, docente a fianco di Rubbini, presidente dell’Assic (Associazione per la sicurezza nutrizionale in cucina, con Massimo Bottura nel comitato scientifico) e fondatrice dell’Academy Culinary Nutrition. «E fornisce gli strumenti per capire come variano i nutrienti, la loro biodisponibilità secondo il tipo di cottura, di abbinamenti e dosaggi, mostrandone gli effetti sul nostro organismo». Co-docenti saranno cuochi stellati come Theo Penati, chef del ristorante omonimo nel lecchese, o Davide Comaschi, campione mondiale di pasticceria nel 2013.
Dalla ricerca scientifica è partito anche lo chef tristellato Niko Romito, che ha voluto creare un metodo che riduca al minimo (vicino allo zero) la dispersione dei nutrienti nel passaggio del cibo da crudo a cotto. Per questo, GioService, un servizio per le strutture sanitarie nazionali, lo scorso anno gli ha affidato il progetto IN (Intelligenza Nutrizionale): un protocollo per sviluppare menu nelle mense ospedaliere, preservando le proprietà e organolettiche degli alimenti durante la cottura. Romito, con il supporto dell’Unità di ricerca in Scienza dell’alimentazione dell’Università La Sapienza di Roma, ha ideato procedure standard replicabili in qualunque mensa e a parità di costi. Da febbraio, IN è operativo nell’ospedale Cristo Re della capitale, che è diventato il primo in Europa a offrire pasti non solo gustosi, ma “coadiuvanti” per la guarigione.L’alimentazione è sempre più spesso di supporto nella cura di depressioni, attacchi di panico e ansia. Lo dimostrano studi pubblicati dal British Medical Journal, dall’American Journal of Public Health della Warwick University e della Queensland University, oltre a una vasta letteratura: dai libri dell’epidemiologo Franco Berrino a testi come Happy Brain di Wendy Suzucki, neuroscienziata alla New York University. Nell’ultimo Congresso nazionale di Psichiatrica italiana, per la prima volta, è stato invitato un gastroenterologo a parlare di alimentazione e psiche. «Ormai da qualche anno a farmaci e psicoterapia affianco un lavoro sullo stile alimentare con risultati soddisfacenti», dice Vincenzo Ruggiero, psichiatra e psicoterapeuta a Milano, che si occupa di nutraceutica psichiatrica. «Ai miei pazienti spiego che l’intestino è come un giardino: necessita di fertilizzante, sostanze nutritive e alimenti che arricchiscano il microbiota e gli facciano produrre neurotrasmettitori come la serotonina, che aiuta a mantenere il tono dell’umore, o il Gaba, l’acido GammaAmminoButirrico, fondamentale nella cura dell’ansia».
Rafforza il concetto lo psico-neuro-immunologo Francesco Bottaccioli, presidente della Società Italiana di Psico Neuro Endocrino Immunologia (Sipnei) autore di Psiconeuroendocrinoimmunologia e scienza della cura integrata (Edra) e Immunità, cibo e cervello (Tecniche Nuove): «Alla base di ogni disturbo c’è un’infiammazione, causa o conseguenza della patologia di una parte del corpo, ma anche del cervello, organo come tutti gli altri. L’alimentazione è lo strumento principe per regolare l’infiammazione: la dieta mediterranea, come indica l’Oms, è antinfiammatoria. Dal cibo, il cervello trae le sostanze per formare i neurotrasmettitori sintetizzati dal microbiota intestinale», prosegue Bottaccioli. «Per esempio, l’80% delle sinapsi tra i neuroni contiene glutammato: il neurotrasmettitore si attiva ogni volta che c’è un’azione cerebrale, ma se è in eccesso crea problemi. Molti cibi precotti e confezionati contengono glutammato e bisogna evitare di abusarne, se si soffre d’ansia. Nella depressione e bipolarismo, invece, gli studi ci dicono che è utile ridurre la quantità di glucosio e aumentare i grassi polinsaturi».

In ambito neurologico, da coadiuvante, il cibo può diventare una vera cura, e i cuochi possono fare molto. Eclatante è il caso dell’epilessia farmacoresistente. In Italia ci sono 500mila epilettici, ma il 30% non risponde ai farmaci. In particolare i bambini: «Martino aveva dieci crisi al giorno, finché i medici hanno introdotto la dieta chetogenica. Dopo due anni, ha una buona qualità di vita e da una multiterapia è passato a una monoterapia», raccontano Viola e Franco, i genitori, autori del blog ketogourmet.it. «Ma la gestione della chetogenica è complessa, in Italia si sa davvero poco».
«La chetogenica è un protocollo medico (in Italia dal 2011, ndr) e si usa come un farmaco: sotto lo stretto controllo di uno specialista», spiega Pierangelo Veggiotti, ordinario di Neuropsichiatria infantile presso l’Università di Pavia e direttore dell’Unità di Epilettologia dell’infanzia e dell’adolescenza presso la Fondazione Mondino. «Si formulano combinazioni personalizzate a base di grassi, con un corretto apporto di proteine e pochi carboidrati. È una dieta squilibrata per cercare di modificare la malattia: il corpo brucia principalmente i grassi», prosegue Veggiotti, «e genera molecole, i chetoni, producendo uno stato metabolico in perenne chetosi. A questo sistema si ricorre solo dopo avere verificato l’inefficacia dei farmaci, ma è risultato utile anche per curare malattie metaboliche rare, come il deficit di Glut1. In Italia abbiamo centri eccellenti per la dieta chetogenica, ma il grande limite è la scarsa gradevolezza: per questo è prezioso l’aiuto dei cuochi».
La stellata Cristina Bowermann è capofila e socia fondatrice dell’Associazione Fiorano for Kids: «Su indicazione del Dipartimento di Scienze neurologiche dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma, finanziamo ricerche sul ruolo delle diete nella cura dell’epilessia infantile. Con eventi raccogliamo fondi, e finora hanno partecipato 54 cuochi». E, a breve, alcuni saranno a disposizione delle famiglie per insegnare a preparare piatti gustosi nel rispetto della chetogenica. La sapienza di Ippocrate, insomma, sembra decisamente tornata attuale.

http://m.repubblica.it/mobile/d/sezioni/cucina/2017/03/20/news/cibo_scienza_nutraceutica_alimentazione_curativa_chef_stellati-3461279/
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Come scegliere la farina…

http://www.terranuova.it/content/download/42789/1107832/version/1/file/Dossier-Da-dove-viene-la-tua-farina.pdf

La farina peggiore è sicuramente la 00, oppure la Manitoba, che si trovano al supermercato: quattro volte su cinque saranno d’importazione, macinate a cilindri, candeggiate, e ricavate da grani moderni che hanno un contenuto elevato di glutine. Si riconoscono facilmente perché sono bianche come la calce. Ecco un agile vademecum per i vostri acquisti e al termine dell’articolo il dossier “Da dove viene la tua farina?” nella versione pdf da scaricare e leggere gratis.

Come scegliere la farina migliore? Breve vademecum

Subito dopo viene la farina integrale ricostituita, che viene usata più che altro per i pani a cassetta finti integrali, ma a volte viene venduta anche come mix per prodotti da forno. In genere deriva da agricoltura convenzionale e sostanzialmente è equivalente alla 00, l’unica differenza è che sono state reintrodotte le crusche. All’occhio si presenta come calce bianca con delle scaglie abbastanza distinte. Sono da evitare infine tutti i mix con miglioratori e lieviti inclusi.

Fatte queste debite premesse, passiamo alle 4 regole d’oro per scegliere una farina di qualità.

1. Certificazione biologica

Se proprio dovete acquistare la farina al supermercato, scegliete quella biologica, che quantomeno è stata prodotta rispettando l’ambiente e non contiene residui di pesticidi, in parte responsabili per l’aumento delle intolleranze. Nella grande distribuzione, però, in genere le farine bio provengono da varietà di grano moderne, proprio come le farine convenzionali; sono inoltre coltivate con metodi industriali e macinate con mulini a cilindri, perciò sono di fatto 00 o comunque molto chiare. Al limite si possono utilizzare occasionalmente per «tenere insieme» le farine più veraci e contadine, avendo un alto contenuto di glutine. Acquistare presso i negozi biologici specializzati offre maggiori garanzie di qualità.

2. Bando allo 00, largo alla varietà

Se vogliamo una farina davvero buona, però, ci conviene cercare un prodotto bio che non sia 00: una 0, una 1, una 2 andranno benissimo. Poi possiamo spaziare sulle varietà: grano duro e tenero, ma anche farro, avena, segale, mais, miglio, se possibile in sinergia. Va tenuto conto che il minimo comune denominatore, che tiene insieme farine più «deboli» in glutine e quindi con una minor tenuta dell’impasto, sarà la farina di grano tenero 0. Anche la farina di farro, sempre di tipo 0, può svolgere più che dignitosamente questo ruolo, e in più è estremamente salutare.

3. Un mulino di qualità

Purtroppo in etichetta sono riportate solo poche informazioni, quindi per avere maggiori dettagli sulle farine la cosa migliore è rivolgere al punto vendita, o al vostro fornitore qualche domanda in più. Com’è stato macinato il grano? Se è stato macinato a cilindri, con quanti cilindri? Il germe è stato estratto o è ancora presente? Se si tratta di un mulino industriale con più di 30 cilindri, che estrae il germe, allora la vostra farina zero o integrale non avrà tutti i nutrienti giusti. Se invece è un mulino artigianale e tiene il germe, siamo sulla buona strada. Se poi si tratta di un mulino a pietra ancora meglio. Domanda successiva: viene utilizzata una pietra naturale o agglomerata? Nel secondo
caso poco male, magari consigliate al vostro mugnaio di passare alla pietra naturale. Se è una pietra naturale allora… bingo! Avete una farina extra. Se poi il mulino è a trazione idraulica, la vostra farina extra è pure a impatto zero.

4. La giusta varietà di cereale

L’ultima tappa è quella di interpellare l’agricoltore: da quali varietà di grano proviene la farina? Si tratta di varietà moderne come il Creso, il Bolero, il Pandas, oppure antiche, come il Verna, il Francia, il Solina, il Gentilrosso, il Senatore Cappelli, il Saragolla…? Se trovate un insieme di più varietà antiche bene, se è un grano antico al 100% meglio ancora: avendo un basso contenuto di glutine è più sano, ma dovrete essere particolarmente bravi voi a impastare. Il farro è sempre una scelta buona, ma è ancora più interessante quello monococco o dicocco, coltivato dai nostri antenati in mesopotamia. Se poi il seme viene riprodotto dall’agricoltore anziché esser comperato al consorzio, abbiamo raggiunto il massimo anche in questo ambito.

Riassumendo…

 Evitate a tutti i costi il convenzionale del supermercato.

 La farina migliore è, in ordine d’importanza: biologica, integrale o bigia, macinata a pietra a trazione idraulica, proveniente da grani antichi autoctoni con seme riprodotto dal coltivatore.

http://www.terranuova.it/Chiedi-all-esperto/Come-scegliere-la-farina-migliore-Breve-vademecum

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Psicobiotici…

…”Cosa sono gli psicobioticiSono probiotici che alterano la mente, e i ricercatori affermano che possono migliorare l’umore, diminuire l’ansia e la depressione e apportano molti altri benefici. I probiotici sono microrganismi vivi che sono simbiotici con i batteri intestinali positivi e che riescono ad arrivare nell’intestino integri. Ad esempio i fermenti dello yogurt non sono considerati probiotici perché muoiono appena entrano in contatto con i succhi gastrici non sopportandone l’acidità…..

Fino a qualche anno fa era difficile credere che alterando i batteri nell’intestino, si potesse gestire meglio lo stress, migliorare l’umore, e anche curare ansia o depressione. Eppure ci sono moltissime ricerche scientifiche pubblicate da vari ricercatori in tutto il mondo che riguardano la connessione intestino-cervello e che stanno dimostrando proprio questo.

Ora sappiamo che è possibile modificare i batteri intestinali in modo da influenzare positivamente l’umore e la funzione del cervello. Uno dei principali modi è quello di assumere gli psicobiotici. “…….

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Gli inquinanti nascosti nei profumi…

Quando si tratta di prodotti per la casa e la cura personale, la fragranza non è quello che si pensa che sia. Sta facendo più male di quel che ci rendiamo conto. E questo mi puzza!

“Fragrance/fragranza” (come indicato negli Stati Uniti) o “parfum/profumo” (come elencato nell’Unione Europea e nel Canada) 
non è una singola sostanza chimica. Può essere decine o centinaia d’ingredienti chimici fino all’80% dei quali non sono mai stati testati per la tossicità umana. (1) I termini sono generici, alquanto ingannevoli e molte persone pensano che si riferiscano solo ai profumi e all’acqua di colonia. Disgraziatamente, questi ingredienti segreti non in elenco che si nascondono dietro la parola “profumo”, che gli industriali amano chiamare “segreti commerciali” (2), stanno facendo ammalare le persone e si accumulano nel nostro ambiente.

Come possono danneggiarvi le sostanze chimiche delle fragranze.

Lo sapevate che una donna media giornalmente utilizza 12 prodotti cosmetici e 6 gli uomini? (12).
Oltre 3.100 sostanze chimiche di fragranza sono usate per dare ai vostri prodotti di consumo un odore “fresco” o per mascherare odori sgradevoli (3); il vostro shampoo e i fogli profumati per l’asciugatrice potrebbero anche inquinare l’aria interna (e causare una eruzione cutanea nel processo!) (4) Di conseguenza, ogni giorno inaliamo, ingeriamo e assorbiamo attraverso la pelle una serie di sostanze chimiche tossiche, mettendo un onere enorme sui nostri corpi.

Se avete sperimentato una reazione allergica, irritazione della pelle, attacco d’asma o emicranie, potrebbe essere il risultato dei prodotti profumati che usate. Molte sostanze chimiche presenti nel “profumo” sono classificate come tossiche o pericolose e anche alcune senza nessun livello di esposizione considerato sicuro. (5)

The Environmental Working Group, Il Gruppo di Lavoro Ambientale, ha scoperto che uno su otto degli 82.000 ingredienti utilizzati nei prodotti per la cura personale sono prodotti chimici industriali, tra cui sostanze cancerogene, pesticidi, e distruttori endocrini. Molti detergenti contengono sostanze chimiche nocive specificamente connesse al cancro, disfunzione riproduttiva, asma e allergie gravi.(6) In un progetto di ricerca, è risultato che quasi la metà dei prodotti profumati emette uno o più cancerogeni “inquinanti pericolosi per l’aria”, compreso 1,4-diossano e formaldeide, (7) nessuno dei quali ha un livello di esposizione sicura, secondo l’Agenzia di Protezione Ambientale degli Stati Uniti/U.S Environmental Protection Agency. Una ricerca della Difesa Ambientale/Environmental Defence e del Gruppo di Lavoro Ambientale/Environmental Working Group ha rilevato inoltre una media di 10 sostanze chimiche sensibilizzanti nei profumi, nelle acque di colonia e negli spray per il corpo che possono scatenare allergie, asma, mal di testa, respiro affannoso e eruzione cutanea.

In aggiunta alla complessità del dibattito sulla fragranza, la dott. ssa Anne Steinemann ha scoperto che anche se un prodotto non contiene sostanze chimiche pericolose, può generarle. Il Limonene (un profumo di agrumi), per esempio, reagisce con l’ozono nell’aria circostante per creare una gamma d’inquinanti secondari potenzialmente pericolosi, come la formaldeide, l’acetaldeide, e il particolato ultrafine. (7)

L’Agenzia Internazionale per la ricerca sul cancro/ The International Agency on Research on Cancer, Organizzazione Mondiale della Sanità/ World Health Organization e il governo degli Stati Uniti, tutti hanno classificato la formaldeide come cancerogeno conosciuto per l’uomo.

In che modo le sostanze chimiche contenute nelle fragranze minacciano l’ambiente

Il “Profumo” è tra i primi cinque allergeni umani nel mondo (8) e non inaspettatamente, ma danneggia anche i pesci e altri animali selvatici.

I muschi sintetici utilizzati nei profumi sono i peggiori. Si lavano dal corpo, per poi ricadere nell’ambiente e accumularsi nei tessuti grassi degli animali acquatici. Livelli rilevabili (e sono in aumento) di un numero di muschi sintetici sono stati trovati nei pesci e nei sedimenti dei Grandi Laghi tra Nord America e Canada.(9)

Il loro impatto negativo non è un segreto, Environment Canada pubblicamente registra che le sostanze chimiche del muschio sono persistenti, bioaccumulabili e/o tossiche. Viaggiano in lungo e in largo, non si abbattono o non vanno via e sono ampliati quando interagiscono con l’ambiente e si fanno strada lungo la catena alimentare. I muschi sintetici si trovano anche nel latte materno e nei prelievi di grasso corporeo.(10)

L’Unione Europea ha le norme più valide per tutte le sostanze chimiche delle fragranze, tra le quali il limitare l’impiego di due muschi comuni. I produttori nell’UE devono anche includere un avvertimento sulle etichette dei prodotti che contengono uno qualsiasi dei 26 allergeni comunemente usati come profumi nei cosmetici.

Dove troverete profumo

Nonostante la scrupolosa lettura dell’etichetta, non si sa quali ingredienti chimici specifici costituiscono il “profumo” in un particolare prodotto. Una scappatoia permette alle aziende di mettere insieme tutte le sostanze chimiche che usano – molti derivati del petrolio o di sintesi chimica – sotto l’etichetta di “fragranza” o “profumo” sulla lista degli ingredienti del prodotto. (11) Quindi, tutto quello che è possibile fare è controllare la presenza di “fragranza” o ” profumo ” sui prodotti per la cura personale che si acquistano. E’ spesso indicato come ultimo ingrediente.

I prodotti per la cura personale che contengono profumazioni: shampoo, lozioni, spray per capelli, deodoranti, schiume da barba, profumi.

I prodotti per pulire la casa che contengono profumazioni: detersivi del bucato, fogli per asciugatrici, detergenti piatti, deodoranti ambientali, candele, sacchetti per la raccolta feci dei cani.

Prossimo step: attenzione alle pulizie di casa. I prodotti per la pulizia di casa non sono tenuti a rivelare tutti gli ingredienti (6 ) alcuni lo fanno volontariamente, molti non lo fanno. Naturalmente, se non è etichettato, il migliore indizio è quello di sentire l’odore, se il prodotto in sé ha un profumo. Ma non fatevi ingannare da prodotti che non hanno un odore; una volta che si avvia la ricerca di “fragranza” sulle etichette, vedrete che è ovunque, anche nei prodotti “inodore/fragrance-free” o “senza profumo/unscented”. Molti in realtà utilizzano un agente mascherante aggiunto oppure usano “profumo” chimico per nascondere gli odori.(13)

Come svincolarsi dal profumo
Semplici passi per evitare le sostanze chimiche di fragranza, migliorare la vostra salute e proteggere la natura.

  • Fare spese intelligenti. Evitare i prodotti per la cura personale con “fragranza” o “profumo” sull’etichetta, evitare nei vostri cosmetici uno degli ingredienti chimici della Sporca Dozzina dello studio della David Suzuki Foundation (14)

(n.t.d. BHA (butilidrossianisolo) e BHT (butilidrossitoluolo): si trovano nelle creme idratanti e nei trucchi. P­FENILENDIAMMINA: si trova nelle tinture per capelli. 
CYCLOMETHICONE e -SILOXANE: si trovano in creme idratanti, trucchi e prodotti per capelli. 
DEA (diethanolamine), MEA(monoethanolamine) e TEA (triethanolamine): si trovano in creme idratanti e trucchi. 
FTALATO DI DIBUTILE: nei prodotti per unghie, con il nome dibutylphthalate. 
FORMALDEIDE: con il nome di DMDM HYDANTOIN, DIAZOLIDINYL UREA, IMIDAZOLIDINYL UREA, METHENAMINE, o QUATERNIUM-15 nei prodotti per capelli e creme idratanti. 
PARABENI (butylparaben, methylparaben, ethylparaben): largamente utilizzati nei trucchi, nelle creme idratanti, ecc. 
PEG (glicole polietilenico): usato in balsami, creme idratanti, deodoranti. 
PETROLATUM (paraffina liquida): nei prodotti per capelli, balsami per labbra, rossetti, prodotti per la cura della pelle. 
SLS (SodiumlaurylSulfate) e SCS (Sodium Coco-Sulfate): nei prodotti che producono schiuma, come lo shampoo. 
PARFUM: nei profumi. 
TRICLOSAN (triclosano): si trova nei prodotti antibatterici come dentifrici, saponi e disinfettanti per le mani).

http://www.isfoundation.com/it/news/coshai-faccia

  • Attenzione ai termini “inodore” e “senza profumo” termini sul prospetto dei prodotti, perché possono ancora contenere “Fragranza”! Il “Profumo” deve essere assente dalla lista degli ingredienti.
  • Aprire una finestra per migliorare la qualità dell’aria negli ambienti chiusi, invece di utilizzare deodoranti che mascherano il problema e peggiorano la qualità di ciò che si respira.
  • Liberare i vestiti e la biancheria da letto dai profumi, lavare con una tazza o due di bicarbonato di sodio e quindi aggiungere aceto bianco nel ciclo del risciacquo.
  • Fare alcuni dei vostri cosmetici e detergenti non tossici con ingredienti per alimenti che sono efficaci, a prezzi accessibili e privi di sostanze chimiche. (15)
  • Utilizzare profumi naturali come gli oli essenziali con parsimonia, perché alcune persone possono reagire così come per il “profumo” sintetico.
  • Chiedere se il vostro posto di lavoro prevede una politica priva di profumo (potrebbero averla senza comprenderne davvero l’importanza!) o incoraggiarli ad adottare una politica senza fragranze.
  • Scegliere medici e dentisti sensibili alla problematica connessa, che si avvalgono di ambienti senza profumi.

Tratto dall’articolo: Why ‘Fragrance’ Really Stinks – The Hidden Airborne Pollutants in Your Home di Lindsay Coulter http://www.fix.com
https://wakeup-world.com/2016/11/30/why-fragrance-really-stinks-the-hidden-airborne-pollutants-in-your-home/

http://www.infoamica.it/perche-il-profumo-realmente-nausea-gli-inquinanti-nascosti-aerotrasportati-nella-vostra-casa/

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La frutta secca….

Due interessanti articoli della rivista “ilgiornaledelcibo.it” sulla frutta secca:

frutta-secca“La frutta secca piace e fa bene. Oltre al gusto, che fa la sua parte, mangiare frutta secca e semi oleosi è un consiglio presente ormai in quasi tutte le diete, anche se rimane qualche prudenza dovuta al contenuto calorico di questo alimento. Tuttavia, i benefici sono innegabili perché mangiare frutta secca dona energia, riduce il rischio di morte per tumore o malattie cardiache ed è utile nella dieta per chi soffre di colesterolo alto o ipertensione, grazie alla presenza degli acidi grassi Omega-3 e Omega-6, oltre alla vitamina E.

Ma quando mangiare la frutta secca? Vediamo quali sono i momenti migliori per consumarla, con l’aiuto della dott.ssa Francesca Evangelisti, biologa nutrizionista.

Consumare frutta secca è un elisir di lunga vita? Innanzitutto è una sana abitudine perché contiene grassi monoinsaturi e polinsaturi, che fanno bene all’organismo, in primis al colesterolo. Anche la presenza di Vitamine, come la A, E, C, K, contribuisce a rendere noci, mandorle, pistacchi e simili, ottimi alleati per la salute, insieme al contenuto di fibra e ai minerali, quali zinco, magnesio, ferro, potassio, fosforo e calcio. In particolare, i semi oleosi e la frutta a guscio, come le noci, sono tra gli alimenti protettivi della Dieta Smartfood, contro obesità e malattie croniche.
Ma quanta frutta secca mangiare al giorno? La nutrizionista ci spiega che dovrebbe sempre far parte di una corretta alimentazione, pur non esagerando nelle quantità. Il contenuto lipidico e calorico, infatti, è elevato, per cui si consiglia una dose giornaliera di circa 30-40 grammi.

Sarebbe meglio evitare di sgranocchiare noccioline o pistacchi la sera davanti alla tv, o al cinema, oppure durante un aperitivo, quando le calorie si sommerebbero con quelle dei drink facendovi ingrassare. Come avviene per la frutta fresca, i momenti migliori per consumare frutta secca sono al mattino: “a colazione, in aggiunta ad uno yogurt contenente anche frutta fresca e cereali integrali, oppure in alternativa come snack di metà mattinata, in quanto il contenuto proteico è altamente saziante”. Mangiandola al mattino è possibile poi smaltire le calorie durante la giornata e fare un pieno di energia. Attenzione, però, mangiare frutta secca può avere delle controindicazioni che non riguardano solo la temuta “lievitazione” del girovita. Approfondiamo questo aspetto.

In quali casi evitare la frutta secca?

Ecco perché è importante sapere quando mangiare la frutta secca, in che quantità e quando è meglio evitarla, in modo da poter usufruire di tutte le sue potenzialità, senza effetti collaterali. I benefici della frutta secca sono tanti, per cui, soprattutto d’inverno, è bene farne incetta! Se siete amanti del genere, potrebbe interessarvi sapere come si preparano gustose bevande a base di frutta secca, oppure per la vostra colazione date un’occhiata a questi dolci alle mandorle, pensati per Natale, ma buoni tutto l’anno!

Circa un anno fa, il Dana-Farber Cancer Institute ci dava la grande notizia: miracolose sono le proprietà della frutta secca, che non solo non fa ingrassare, ma aumenta le aspettative di vita. Avete letto bene: smettete di fumare e cominciate a mangiare frutta secca, e a meno che non vi piombi addosso qualche vicenda disgraziata, vi assicuriamo che potrete godervi a pieno la pensione. Gli effetti miracolosi arrivano soprattutto dalla frutta a guscio, che riduce del 29% il rischio di morte per malattie cardiache, e dell’11% la possibilità di decessi per tumori.

Qualche mese fa è stato il Canada a rincarare la dose: le noci sono un potente antidoto contro la sindrome metabolica, ovvero contro disturbi quali ipertensione, iperglicemia, colesterolo alto e girovita, che oltre una certa soglia possono degenerare in malattie cardiache, cardiovascolari e ictus.
Questo cosa vuol dire? Che dobbiamo darci al consumo sconsiderato di frutta secca per arrivare all’età di Mosè? Non esattamente…

 

Frutta secca ed essiccata: le differenze

A qualcuno la precisazione apparirà scontata, qualcun altro potrebbe non essersi mai posto il problema. Con frutta secca ci riferiamo genericamente a quei prodotti che hanno perso la loro umidità, attaverso un processo che può essere naturale o artificiale. Mandorle, noci, pistacchi, nocciole e arachidi rientrano nella categoria della frutta secca naturale.
Altra cosa è la frutta essiccata, frutto di un processo di disidratazione: ne fanno parte fichi secchi, uva passa, e simili.
Entrambe fanno bene alla salute, ma è bene non eccedere con le quantità.

La frutta secca è un attentato calorico?

La frutta secca naturale è fatta soprattutto di grassi, in percentuali che oscillano tra il 50 e l’87%. In altri termini, è una bomba calorica: 100 g contengono 500/700 calorie.
Quella disidratata invece è composta prevalentemente da zuccheri: troviamo dalle 200 alle 300 calorie ogni 100 grammi.
Quindi, tutti d’accordo con il fatto che sono portentose le proprietà della frutta secca, ma intendiamoci: è meglio non sforare i 30 grammi al giorno, se non vogliamo annullare i sacrifici della dieta.

Consigli per gli acquisti

Per trarre il massimo vantaggio dalle proprietà della frutta secca, e sortirne solo ed esclusivamente gli effetti benefici, è consigliabile stare in guardia al momento dell’acquisto, e mantenere lo sguardo vigile su aspetto, confezione ed etichetta. Partiamo dal caso della frutta già sgusciata, che ha una capacità di conservazione inferiore, e che per questo viene spesso imbottita di conservanti e antiossidanti da cui è bene prendere le distanza, se vogliamo essere coerenti con il nostro progetto di godere beatamente della nostra pensione.

Per essere più precisi, nel caso della frutta secca le sostanze più gettonate sono i solfiti, a proposito dei quali apriamo una brevissima parentesi: non è ancora stabilita con certezza la quantità che nei soggetti allergici o intolleranti provoca reazioni, ma al momento è stimata tra i 20 e i 50 g. Tenetelo a mente quando leggete l’etichetta.
Per quanto riguarda la frutta secca con guscio invece, controllate che sul fondo della confezione non vi siano briciole di segatura, perché in genere sono indice di “occupazione abbusiva”: un parassita potrebbe aver trovato comodo il vostro potenziale pasto.

Frutta secca e aflotossine

Un breve accenno, infine, va fatto al nemico numero uno della miracolosa reputazione della frutta secca: le aflotossine. Cosa sono? Presenze scomode che arrivano quando le muffe decidono di bombardare gli alimenti, sebbene loro presenza sia considerata legale entro i margini compresi tra i 4 e i 10 microgrammi per chilo, sono sostanze potenzialmente cancerogene.
Vi diciamo di più: sono indistruttibili: nessun processo di cottura o tostatura riesce ad annientarle.
L’informazione non vi spaventi: l’esortazione ad essere accorti non mina quello che la ricerca scientifica sostiene sulle miracolose proprietà della frutta secca.”

 

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